Pubblichiamo l’inizio del romanzo L’ultima sillaba del verso, di Romano Luperini.

 1.

Soffitto bianco, muri bianchi.   Evaporano nell’aria residui di una vita precedente.  Oggetti di casa che galleggiano e si perdono, gesti spenti, poco altro.  Immobile, disteso nel letto, in una gabbia di tubi.  La mente, un deserto. Quando vi giunge il primo pensiero, si cristallizza nel vuoto. Lo distacco da me, lo fisso in una frase:  comincio-ad-allenarmi-al-niente.

Provo a muovere un braccio, poi un altro. Una voce, non molto lontano, chiede: «Infermiera, che ore sono?», ma non capisco la risposta. Passa del tempo. qualcuno mi tocca, mi dice qualcosa. Il letto si muove, si sposta. Poi  un urto, forse la soglia di una porta, apro un istante gli occhi, in alto: REPARTO DI TERAPIA INTENSIVA.

Quando li riapro,  sulla testa ancora un soffitto bianco, davanti altri muri bianchi. Intorno la stessa gabbia di fili e di tubi, il braccio collegato a un’ampolla sospesa in  alto,  trasparente, con un liquido scuro.

Così, per giorni. Fra le ampolle della flebo, le cannule dei clisteri,  le caraffe dei pappagalli, i tubi dei cateteri, gli aghi ipodermici. Una infermiera mi aveva toccato i genitali, rasato il pube. Un’altra mi aveva messo pancia in giù,  infilato nell’ano la cannula di un clistere. Ero  stato palpato,  mi avevano inserito sonde in tutti gli orifizi. Ero  un corpo   da spostare, rigirare, maneggiare, manipolare. Con una sacca e una flebo per alimentarmi, un catetere per urinare. Quando comincio a fare qualche passo per andare in bagno, devo  districarmi faticosamente fra fili e tubi, e trascinarmi dietro l’asta metallica con la flebo. Come un cane alla catena.

Ogni notte mi sveglio dopo tre, quattro ore di sonno. Accendo la luce, cerco di rileggere Guerra e pace, non lo leggevo dalla giovinezza, ma se non ora, quando?,  ascolto con l’auricolare le canzoni di De André, arranco in piedi fra tubi che  mi intralciano, con il braccio e la spalla di sinistra  che  non riesco a muovere (da lì, mi hanno detto, hanno tolto una vena, un lembo branchiale), il braccio destro legato alla cima dell’asta. Mi sdraio di nuovo, combatto con brandelli di pensieri. A volte riesco a riaddormentarmi prima che cambi il turno di notte e i rumori nel corridoio mi rinnovino l’ansia delle visite, dei farmaci, dei controlli, delle RMN. Meno male che mi hanno dato una camera singola con bagno autonomo. In quella clinica universitaria forse era un privilegio concesso a un membro della corporazione, un professore del piccolo ateneo cittadino.

Una notte, d’improvviso, accendendo la luce nel bagno, dallo specchio un estraneo mi guarda. Una persona ignota eppure familiare. Sono io, così? Così dimagrito, le braccia secche e striminzite, senza muscolo,  le clavicole e lo sterno senza più carne, con la pelle tesa sugli ossi puntuti, e il viso  squilibrato, sbilanciato da una parte, col collo scavato a sinistra, la bocca senza denti risucchiata all’interno, un buco infossato sotto il naso, il labbro inferiore una piega distorta, sbilenca. Resecato il tendine, il labbro non tornerà più come prima,  aveva detto il chirurgo.  Quel fantasma sono io. Fuori di qui è settembre, intorno a casa una notte di grilli e l’odore dell’erba tagliata. Nel giro ondulatorio dei poggi forse si è già alzato  il cerchio giallo della luna, e  le linee dei crinali biancheggiano punteggiate in nero dalle file dei cipressi, mentre  in basso, nelle valli,   una luminosità quasi liquida ricopre lo scacchiere scuro delle vigne, lo  distingue da quello più chiaro dei campi mietuti. E io lì, nel bagno, sotto questa luce livida di lampada, lemure disfatto… lemure disfatto?…  Perché, proprio ora, questo assurdo residuo  di  vecchie letture?

Torno a letto. Il silenzio dell’ospedale. L’angoscia mi prende alla bocca dello stomaco e risale, invade il petto,  strozza la gola. Ringrazia Dio che sei vivo. Ma sono vivo? È vita questa? Cerco di rattoppare gli ultimi grumi di sonno, m’addormento per qualche minuto, e, poi,   con il chioccolìo delle taccole sui cornicioni, ecco l’alba. Passi frettolosi nel corridoio, un lamento di donna, lungo, interminabile.

Vorrei non sentire, restare nell’ incoscienza. E invece  quel gemito di donna non vuole finire. Dopo ogni pausa di silenzio ritorna a insistere,  lo sento bene, lo sento forte. Mi si incastra in una zona della mente dove sta un sapere profondo, oscurato, non voluto sapere, ignorato per decenni, e che ora è lì, allo scoperto, inevitabile.

Eppure Massimiliano, l’infermiere, ha lasciato chiusa la porta della camera, non semiaperta, come avrebbe dovuto. Sa che così mi disturberanno meno i rumori che vengono dalle corsie, sa che  non  mi piace che la gente sbirci dentro la mia stanza.

Quel gemito si ripete. Ma  ormai aspetto solo che Massimiliano balzi dentro la camera col suo sorriso  di neoassunto, tiri su la serranda, con la  voce allegra copra ogni  segno del male e della morte. L’uscio si spalanca di colpo e altissima appare l’infermiera cattiva. Si muove veloce, a scatti, con gesti decisi come urti. «La porta deve stare aperta, gli infermieri e i medici devono vedere dentro», dice aprendola con una spinta.

Poi,  giorni dopo, un’altra alba. Questa volta mi sveglia il rullo dei tuoni. Nel trambusto del cambio turno, sui cornicioni scroscia la pioggia. Da una clinica all’altra, da un reparto all’altro, ho  sentito passare le stagioni senza sentire sulla pelle l’aria, la brezza della primavera, il solleone d’agosto. Ora l’autunno è alle porte. L’autunno,  dico, e poi ripeto ancora questa parola, l’autunno, mentre sono lì con la testa sul guanciale, supino nel letto.

E poi penso: fosse solo una parola, l’autunno, fosse solo un suono di tre sillabe, un concetto astratto, una immagine, e invece è tempo che passa attraversando la materia del corpo,  scalpello che la sbriciola.   Le pareti dei visceri si sfibrano, i muscoli si rilasciano, ulcere e focolai minacciano le cellule. Ora in un organo, ora nell’altro qualcosa  si logora, si spezza. Il corpo è una trappola fatta di tempo. Più fiorisce, più cresce e trionfa,  più avvizzisce e declina, e si avvicina alla fine. Se cominci a pensare al tuo corpo, cominci a pensare al tempo. Quando era morta mia madre, quel sangue zampillato dal naso di notte era stato un avvertimento del corpo. Da allora niente era stato più come prima. Era cominciata allora la vecchiaia. Da allora il corpo, per anni ignorato, aveva affermato il  proprio esserci, il proprio  dominio e, insieme, quello del tempo.

 La pioggia batte sulla vetrate con violenza, vedo chicchi che  rimbalzano e saltano via. Grandina. Stamani tutto è in ritardo. Non si sente neppure la squadra delle pulizie con le sue voci e il rumore delle finestre  spalancate.

2.

Dolcezza disperata di settembre. Dove ho letto questo verso? E perché, di nuovo, il lessico della poesia? Per dire il vero e insieme nasconderlo, per consolazione?

Sto disteso su una sdraio in giardino e guardo in alto fra i rami del tiglio pezzi di cielo  che si compongono e si scompongono col movimento delle foglie.

«Queste guerre si vincono o si perdono alla prima battaglia», ha detto il medico scrivendo sul registro dell’ospedale l’ordine di dimissione. «L’operazione è andata bene…Però è stato un vero e proprio over treatment…E poi, come sa, c’è stata la complicazione della polmonite e la radioterapia è stata  interrotta a metà…Comunque vedremo, sa, con un controllo ogni tre mesi…».

E ora sto lì, sfinito, sulla sdraio, e guardo  come oscillano, come si aprono e si richiudono quegli spicchi di azzurro tenero nel verde ostinato delle foglie. Intorno, a ogni folata,  il tiglio distilla lamine d’oro: eliche calano nel prato a vortice, lentamente lo tappezzano, e l’erba a poco a poco cambia colore, diventa una distesa giallognola.

Poi mi alzo, è l’ora della iniezione. Salgo lentamente gli scalini della veranda. Mi aggrappo alla ringhiera. Sono debole. Meno male che c’è Eriola. Una donna giunta dall’Albania in gommone. Viene quasi tutti i giorni, pulisce la casa, mi fa da mangiare e le iniezioni. Puntuale, precisa.  Senza di lei,  sarei solo, senza aiuto. Serena, mia figlia, abita in una città lontana,  si è sposata, ha già due figli. «Perché non vieni a stare da noi?», mi aveva offerto. Ma  preferisco stare in campagna, vedere le linee curve dei poggi, le distese delle vigne e degli oliveti sui pendìi, le fila  dei cipressi sui crinali, le foglie del tiglio che si muovono sulla  testa. E poi, anch’io, non voglio “esser di peso” per nessuno, come diceva la mamma negli ultimi anni della sua vita.

Quando ritorno sulla sdraio sotto il tiglio, allungo il braccio, prendo il computer dal tavolo di plastica, guardo la posta elettronica.

«Come stai?  Mi faccio viva dopo tanti anni perché mi è giunta notizia di quello che ti è successo. Ma da tempo volevo scriverti, anche se non sapevo nulla di te. Sono molto in ansia. Sei ancora ricoverato? Quando puoi, se puoi, dammi tue notizie. Un abbraccio. Claudine».

Claudine, non Dina, e neppure Claudia. Significa qualcosa? Quanti anni sono passati dall’ultima volta che ci siamo visti? nove, dieci? E dal primo incontro con lei, dalla morte della madre e dal sangue di notte? Diciannove, venti,  di più? E che questi fatti – l’incontro con lei, la morte della madre, il sangue di notte – siano accaduti contemporaneamente, anche questo significa qualcosa?

 Chiudo gli occhi, mentre i rami del tiglio mi frusciano sopra la testa e intorno ruotano nell’aria le eliche dorate che annunciano l’autunno.

3.

Seduto contro di me, dall’altra parte del tavolo, il corpo del chirurgo è compatto, estraneo,  senza appigli. Alla mia domanda stacca il busto dalla spalliera della poltrona, con uno scatto si china in avanti afferrando la stilografica aperta davanti a sé, sul foglio bianco di un taccuino traccia rapidamente un grafico: una linea orizzontale divisa in cinque segmenti («Questi sono i prossimi cinque anni», dice), una verticale che sale a picco raggiungendo il culmine a metà del secondo segmento e poi cala giù alla fine del terzo, per poi correre quasi parallela all’orizzontale nel quarto e nel quinto.

«La possibilità di una recidiva dopo l’intervento chirurgico è del 33% nei primi tre anni, poi scende al 5% nel quarto, al 2% nel quinto. Ma la sopravvivenza, anche nel caso di recidiva, è maggiore che con i trattamenti farmacologici, almeno che, naturalmente, non intervengano fattori imprevedibili».

Al solito, da quando è cominciata questa faccenda, capisco ogni dettaglio, e tuttavia qualcosa mi sfugge, non riesco a comprendere il senso complessivo. Due possibilità su tre di scamparla. E una su tre, invece, di  dover ricominciare da capo ma muovendo da una condizione già molto deteriorata. Capisco benissimo. Ma perché?  Perché posso far parte del 33%? Perché io sì e gli altri 67% no? Quali sono le ragioni? L’alternativa alla catastrofe subito («Ancora un mese e sarebbe stata presa la carotide, non ci sarebbe stato più nulla da fare») è l’attesa di una catastrofe rinviata? Non comprendo. La vita è fatta così, che si riesce a vivere solo quando ci si aspetta di vivere (almeno un anno, qualche mese, qualche settimana), ma quando a ogni controllo trimestrale, a ogni RMN, a ogni PET, ti aspetta una catastrofe possibile al 33%, che vita è?

Non ho il coraggio di fare ancora domande.  Il chirurgo si è già  alzato in piedi, la sua mole massiccia mi sovrasta. Quando finalmente mi accorgo della sua mano protesa,  mi rendo conto, con insopportabile ritardo, che mi sta dando congedo.

4.

La mattina, al risveglio, seduto sul bordo del letto, mi guardo le gambe nude. Erano state il mio orgoglio e, prima, quello di mio padre. Le stesse gambe. Muscolose, ben tornite, la pelle tesa, lucida. Gambe da atleta. Restate intatte anche da anziano, sino a pochi mesi fa. Ora sono smunte, rinsecchite. Stringendole insieme, anche unendo le ginocchia e accostandole il più possibile, lasciano nel mezzo un vuoto, uno spazio ovale nel punto in cui  le parti interne delle cosce s’incavano, risucchiate  dall’osso. È come se vedessi già il mio scheletro.

Allora mi alzo, mi vesto. Venti anni, sì, erano venti anni fa. Mia madre è morta proprio venti anni fa. Cerco nei cassetti, nel computer, trovo vecchie agende, lettere, appunti di diario, quasi tutti di quel periodo. Li  metto da parte per rileggerli con calma. Nessuna foto di Claudine. Non voleva essere fotografata. Non avevo mai capito se era per ritrosia, per timidezza, oppure per paura di lasciare una prova della nostra relazione. Trovo invece una foto della mamma a Lucerena e due di Betty, una con i resti di un’anfora romana fra le mani, l’altra di profilo, al fornello, la guancia rosea piena di luce.

Allora siedo al computer, scrivo:

«Cara Claudine,

se tu mi vedessi, non so se mi riconosceresti. Sono dodici chili di meno. Il mio viso è stato aperto come si apre un libro, e ne restano i segni. Deglutisco male, anche se fortunatamente riesco a parlare in modo comprensibile. Come puoi capire, non sono allegro. E poi mi annoio molto, anche se il mestiere di ammalato è molto impegnativo e a tempo pieno.  

La tua email  non me l’aspettavo dopo tanti anni. Eppure forse non è un caso che mi sia arrivata proprio ora, facendomi ripensare al periodo del nostro rapporto, a tirare fuori foto e  appunti  di diario, e a rileggerli dopo tutto questo tempo. Ci sono dei momenti in cui tutto il passato si condensa in un punto solo. Quando si vive come me, in bilico, mezzo vivo e mezzo già morto, sembra di percepire dove stia il senso, o il non-senso, della nostra esistenza e di poterlo collocare nel tempo fissandolo a un giro di mesi o di anni in cui si è svolta e conclusa una qualche vicenda importante. E per me quel fatto coincide con un fallimento pubblico e privato, con la delusione politica di quegli anni e con la fine del rapporto fra noi due.  In qualcosa devo aver sbagliato se  mi ritrovo alla mia età solo in questa grande casa,  con l’unica compagnia di un gatto, che ora sta dormendo sulla mia scrivania,   di un cane, che è qui sdraiato sul pavimento dietro di me, e quella, più saltuaria, di una donna, una kossovara-albanese, che fa le faccende domestiche e mi porta all’ospedale in auto per i controlli.  E in qualcosa dobbiamo aver sbagliato tutti,  io e i miei coetanei, l’intera mia generazione,  se  la politica, su cui abbiamo scommesso tutto, è scomparsa dal nostro orizzonte, e viviamo nell’impotenza,  nell’impossibilità di capire il mondo  e di agire per cambiarlo.

Scusa se ti ho fatto perdere tempo con tutte queste chiacchiere. E tu, come stai, che vita fai? Continui a insegnare? Grazie intanto di avermi scritto. Un abbraccio. Valerio».

Mi alzo dal tavolo, guardo dalla finestra dello studio i rami dell’albicocco, le foglie che vibrano al vento, e, più lontano, nello spazio davanti a me,  la vastità verde  della campagna. Nel centro del prato qualcosa si muove, in alto, sul palo della luce.  Un falco. Appostato fra nube e campo, ruota appena la testa. Sta lì, fermo, e aspetta. Poi, mentre continuo a osservarlo, d’improvviso si stacca, allarga le ali, si lancia in basso, agguanta qualcosa, risale verso l’alto, di nuovo si staglia solitario sopra il palo.

Passa un’ora, due, e il falco è sempre lì. Tutto il giorno  si prepara, spia la campagna intorno, si protende, aspetta. Aspetta cosa? Se poi   la morte arriva e se lo piglia.

           Guardo il grande rapace in attesa sul palo. È un biancone, un maschio, come si vede dal petto chiaro e dal dorso grigio, con sbuffi marroni e riflessi metallici. Dalla Enciclopedia degli uccelli, che vado subito a consultare, risulta un circaëtus gallicus, della famiglia degli Accipitridi. Si nutre, leggo, di lucertole, piccoli uccelli, topi, serpentelli. Per questo sceglie spazi ampi e vuoti, e li controlla dall’alto. In questa stagione raddoppia la vigilanza e la caccia per prepararsi all’inverno, quando le prede scarseggeranno.

Tutto si può  descrivere, spiegare, capire.  Niente si può comprendere.

Pure la storia dell’ultimo decennio del secolo, pure la storia  con Claudine. Se ci ripenso, so che posso cercare di metterla in ordine, di descriverla, spiegarla, capirla. Ma comprenderla  nel suo insieme, nella sua logica interna,  nel suo rapporto con la storia grande e con il senso stesso della mia vita, questa mi sembra proprio  un’altra faccenda. Per tutta la mia esistenza anch’io non ho fatto che aspettare pensando  che solo nel domani potessi trovare il significato dell’oggi. Si dice che il verso acquisti il proprio senso dall’ultima sillaba e che solo la meta dia significato al percorso. Ma quando non ci sono più mete e la morte è soltanto la fine?

5.

Ripenso a quegli appunti di diario, e infine mi decido, li riprendo fra le mani. Un pacco di fogli invecchiati in una grande cartella di plastica azzurra, alcuni sparsi qua e là, come a caso, privi di data, gli altri  suddivisi in fascicoli che li raggruppano anno per anno, o talora per un biennio o un triennio. L’ordine cronologico è incerto e andrebbe ricostruito;  i vuoti nella narrazione colmati; i frammenti  inseriti in un procedimento narrativo. Magari potrebbero essermi d’aiuto  quelle vecchie agende  e  una cronologia degli avvenimenti pubblici più importanti di quel periodo. Se mi verrà risparmiata la recidiva, nei prossimi mesi non sarà certo il tempo a mancarmi.

Ne verrà fuori uno sgranarsi di fatti, una sequela non orientata e  un po’ casuale, una cronaca insomma. Ma ordinarla e narrarla può servirmi, se non a comprenderne il senso,  a riempire il tempo e, come a Shaharazàd, a ingannare la morte.  D’altronde chi crede più che esistano le storie (non dico la Storia)? Forse ormai possono esistere solo cronache e cronologie.

 

 

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6 pensieri su “Prologo 2012 (l’inizio del romanzo)

  1. È materia incandescente, mi sono fatta questa idea leggendo le pagine del prologo: la fisicità, la materialità di un corpo martoriato si accampano sulla pagina, ma il dominio formale, straordinariamente, resta assoluto. Mi chiedo quanto questa esperienza di sofferenza estrema, ai limiti dell’annullamento, abbia orientato la narrazione verso il privato, cioè la storia d’amore, che qui ha più rilievo rispetto ai romanzi precedenti. Voglio dire che la radicalita della passione erotica e’ per un verso quello che più si oppone al nulla (ipotesi di realizzazione vitale), per l’altro ha un misterioso legame con l’estinzione senza residui dell’io. A unire le due esperienze e’, mi pare, la materialità del corpo, sede delle emozioni più autentiche.
    Anna

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  2. In Al di là del principio di piacere Freud spiega che Eros e Thanatos, spinta vitale e spinta all’autodissolvimento del corpo, coincidono. Il corpo passa dall’infanzia all’età adulta attraversato da una spinta alla crescita e all’autoaffermazione, ma essa è quella stessa che lo conduce alla vecchiaia e alla morte. Il cliché romantico “amore e morte” ha fondamenti assai poco ideali, anzi molto materiali. Come dice Anna, entrambi vivono e convivono nella materialità stessa del corpo. Ne consegue che la vecchiaia, in quanto attraversata dal senso della morte, è anche la stagione della esistenza umana in cui si avverte maggiormente il fascino dell’amore. Da questa verità paradossale nasce L’ultima sillaba del verso, un romanzo d’amore scritto sulla soglia della morte.
    Romano

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  3. Un prologo che segna una svolta e insieme attesta una continuità con gli altri romanzi di Romano Luperini: una continuità perché, come lo stesso autore segnala nella Premessa, con una scelta prospettica già negli altri suoi romanzi diffusa o prevalente (penso, ad esempio, al recente La rancura, romanzo famigliare e di formazione, e insieme auto-fiction concentrica e straniata, e perciò densamente modernista), attraverso la vicissitudine radicalmente individuale e privata del protagonista autodiegetico viene rappresentata, come per sineddoche, la realtà sociale del nostro presente, di questi anni opachi e senza forma, deprivati di ogni orizzonte storico e ideale – anni di un tempo diventato merce. E una svolta: perché in queste pagine – in una scrittura tersa e intensissima, emozionante e lucida, intima e pure disperatamente oggettiva, in cui ogni breve e rada pausa elegiaca vale a incrementare la tonalità tragica di fondo – fin dall’incipit la narrazione elegge il corpo (la sua inerme, straziata esposizione al tempo, alla sua malattia inesorabile, alle sue offerte senza compenso, alle sue insidie crudeli e cieche) quale proprio campo di analisi e insieme quale focus prospettico. L’esperienza del soggetto narrante, la sua accidentalità colma di un pathos rappreso e rastremato nel rigore della forma, non trova più un riferimento di senso nel proprio rapporto con il presente, con il tempo che sfugge e si sottrae a ogni ricerca di significato (alla sua configurazione quale paradigma storico e sociale). Lo si può solo capire – rappresentare – , non lo si può comprendere, dichiara l’autore, ricorrendo all’immagine emblematica del falco, del suo volo alto levato, e vano. Se la storia non offre più il concetto, o il Valore, per intenderla e agirvi, e trasformarla, se il mondo resta oscuro e impenetrabile dalla scrittura che voglia trascendere l’accidentalità dell’esperienza individuale e comporla in un orizzonte di senso condiviso, non resterà che il corpo – orizzonte primario dell’esperienza – a testimoniarne la vicenda, ad offrirsi quale mappa del tempo, limen cartografico delle pulsioni, e dei sentimenti che le assorbono o sublimano, formazione di compromesso tra eros e thanatos, linea di demarcazione di quel significato che la scrittura senza sosta persegue, in una lotta strenua e interminata contro un tempo che si sottrae alla Forma.
    Quello che resta, sembra dire il Prologo, è, appunto, il tempo della scrittura – la parola della corporalità, del nudo, espropriato destino dell’io narrante, della sua esperienza scissa da ogni percorso temporale adempiuto in un significato universale, e tuttavia attraversata da una irriducibile e vitale domanda di senso, portatrice di un universale umano estraneo ad ogni trascendenza. Il nesso tra tempo e corpo – intrinseco alla grande tradizione letteraria modernista, di cui Luperini è il massimo studioso – emerge qui con una forza espressiva e narrativa nuova: non c’è che il corpo per trattenere e restituire i significati dell’esperienza, nel nostro tempo deprivato di ogni paradigma storico che possa comporlo in un ordine ideale condiviso; non c’è che la scrittura del corpo, delle sue emozioni, del suo martirio, per dar forma alla nostra cognizione creaturale del dolore e dell’amore. L’ultima sillaba del verso – sembra indicare questo Prologo – non ne chiude la forma, non ne compone il significato: ma ne espone la richiesta e la ricerca, raccontando la vita, la sua fuga, la sua perpetua oscillazione tra memoria e desiderio. E’ il corpo, nel suo intreccio di amore e dolore, il luogo estremo – lo spazio che è in sé tempo – nel quale è ancora possibile dare una forma alla storia, rivendicarne il significato, rappresentarla come figura di un conflitto e di un destino. E per opporsi all’assenza di senso che la morte getta sugli uomini non resta infine che l’amore, il suo romanzo, il suo tempo ricolmo di una vita che si rinnova mentre si consuma.
    bepi

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  4. Ma, Bepi, l’essere è più importante del dire.E la parola del corpo è in realtà una compensazione che copre un vuoto, una mancanza d’azione e di senso. E’ anche un modo per ingannare la morte. In questo ha una sua probabile utilità per chi scrive e, spero, anche per chi legge. Ma non per questo sono vissuto.
    Romano

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    1. Certo: non sei vissuto per questo (e la tua storia intellettuale, la tua opera, stanno a testimoniarlo per sempre). E infatti io intendevo sottolineare che coprendo quel vuoto, quella mancanza, la parola del corpo anche la espone, la denuncia, modernisticamente, per negazione. Essa inganna la morte, ma non la rimuove: né, schermandola con l’amore, rimuove la mancanza dell’azione e del senso. E’ un dire che fa segno sempre all’essere che gli è immanente e insieme lo trascende. E’ un dire sovrastato, inciso da un’assenza non colmabile: di un orizzonte storico e ideale, di un valore cercato e condiviso, che però forse può ancora essere evocato, rivendicato, da una parola che proprio nella sua condizione liminare ne declina tragicamente la perdita.
      bepi

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  5. Grazie, Bepi. Ammiro la tua dialettica, e vorrei che cogliesse la verità, almeno la mia verità, lo spero davvero. Ma in me sento che la contraddizione non riesce ad armonizzarsi in una sintesi, nemmeno nella scrittura, e gli opposti continuano ahimè a combattersi senza una soluzione.L’orrore appartiene alla vita, ed è, nella vita, irredimibile; la letteratura appartiene all’estetica, che tutto redime. La denuncia dell’inferno, in letteratura, mira solo a essere bella. L’assenza, la perdita, la mancanza non vengono “esposte”, ma, diceva Saba, coperte di rose. Coperte, anzi nascoste (“Quante rose a nascondere un abisso”, diceva dei propri versi che mettevano in scena lo strazio di una nevrosi). La denuncia in letteratura, se letterariamente efficace, trasforma l’orrore in splendore. Ma capisco il tuo ragionamento,la tua dialettica vuole essere anche un auspicio, non solo per me, per la mia scrittura, ma per la letteratura in generale e per il mondo. Anche per questo, caro Bepi, spero che tu abbia ragione.
    Romano

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