Questo intervento è uscito sulla pagina culturale de Il Fatto Quotidiano del 16 marzo.

Il Fatto quotidiano_Luperini

Se il lettore cerca un romanzo presentato dalla solita compagnia di giro di giornalisti, personaggi della televisione e dello spettacolo, uomini politici, che sugli schermi televisivi ogni giorno si fanno a vicenda pubblicità, L’ultima sillaba del verso non fa per lui. Un autore che esca oggi con un libro meditato e “scritto” (scritto con una intenzione di stile, voglio dire) sa già che non entrerà in nessuna top ten list (le pochissime eccezioni confermano la regola).

Nello stesso modo il lettore che cerchi trame poliziesche, avventura, vicende “forti”, personaggi tutti d’un pezzo, coerenti dall’inizio alla fine, non provi nemmeno a leggere L’ultima sillaba del verso. All’autore di questo libro interessa mostrare la contraddizione, la pluralità dell’io, la sua problematicità. Nel suo romanzo può accadere che un personaggio (la protagonista femminile, Claudine) sia visto dalla prospettiva della voce narrante maschile e alla fine questa prospettiva venga rovesciata, quando è la donna a prendere la parola e a raccontare la propria storia.

Il romanzo può invece interessare a chi s’interroghi ancora sul senso della vita in generale (dell’amore e della morte, per esempio) e di quello in particolare della storia italiana fra la caduta del muro di Berlino e “Mani pulite” (nella cui indagine incappa il fratello del protagonista) da un lato, e l’attentato alle Torri di New York dall’altro: due estremi non casuali della narrazione del narratore protagonista. Questi è un vecchio militante della sinistra che si trova a vivere nella frustrazione e nel disincanto attuali e ricostruisce il decennio di fine secolo da una prospettiva recente: quella dell’avvento di Renzi, della conferma di una continuità (Craxi-Berlusconi-Renzi) e della trasformazione del potere e della stessa società italiana che si è consumata nell’ultimo trentennio. Da questo punto di vista il romanzo cerca di rispondere a un problema politico ed etico molto attuale. L’unica alternativa all’opportunismo e al piccolo cabotaggio, cui invitano il tempo presente e alcuni suoi esegeti, sono la nostalgia e la rassegnazione? Oppure negli anni della lenta dissoluzione e corruzione della società civile italiana si dà ancora una chance, una possibilità di cambiamento e di futuro? La contraddizione di genere (in questo romanzo le figure femminili sono centrali e decisive) e il grande evento della emigrazione (rappresentato dalla donna kossovara che assiste il protagonista) possono ancora salvare un mondo dominato dal razionalismo economico e maschilista?

Ma questo, dicevo, è anche un romanzo sul senso della vita. Il protagonista, vecchio e travolto da una terribile malattia, vive da solo in una campagna solitaria. La stessa condizione fisica in cui si trova lo induce a interrogarsi sui limiti biologici, sulla precarietà dell’esistenza, sulla miseria del corpo che deperisce e si sfa. Ma proprio la centralità del corpo (della sua materialità attraversata dal tempo) gli fa riaffiorare la memora e il bisogno dell’amore, di una «tenerezza» originaria di cui a poco a poco vivendo ci dimentichiamo. Anzi è proprio la vicinanza della morte a evocare questo bisogno di amore e di tenerezza e a fargli rivivere la storia d’amore che, già anziano, ha vissuto con la giovane Claudine – affascinante e imprendibile, vile e generosa, e comunque inafferrabile per le categorie “maschili” entro cui invano lui vorrebbe imprigionarla. D’altronde Eros e Thanatos, si sa, sono inseparabili, anzi una cosa sola. Non è insomma casuale che L’ultima sillaba del verso sia il romanzo di un amore scritto da un uomo in bilico, mezzo vivo e mezzo già morto. È questa condizione estrema che permette al narratore di traguardare tutta la propria esistenza per cercarne il senso, o il non-senso, e di raccontare una straordinaria vicenda d’amore.

Il titolo del romanzo d’altronde allude al fatto che come l’ultima sillaba svela la natura del verso dando senso alle precedenti, così dovrebbe succedere alla vecchiaia che dovrebbe realizzare il disegno di una vita; ma poi il racconto getta un’ombra di dubbio sulla possibilità che la metafora mantenga ancor oggi il suo contenuto di verità e che quindi abbia ancora senso una visione teleologica dell’esistenza.

Infine, è ancora possibile oggi un romanzo che sia insieme storico, lirico e filosofico, che racconti una vicenda e anche un paesaggio attraverso una riflessione sulla condizione umana? L’ultima sillaba del verso è una scommessa in tal senso. La sconfitta politica degli anni sessanta e settanta e il conseguente ritorno al privato costituiscono lo sfondo necessario di questa storia ambientata in Toscana, fra i colli, le selve di castagno, gli uccelli – l’upupa soprattutto, con il suo verso rauco e il suo volo colorato e sfarfallante che annuncia la primavera -, ma esposta a tutti i venti e le bufere degli avvenimenti più tragici dei nostri tempi.

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