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Recensione di Felice Piemontese a L’ultima sillaba del verso, uscita sul Mattino di Napoli il 29 aprile 2017.

Convinto da sempre che la letteratura è una ricerca sul senso o non-senso della vita, Romano Luperini, dopo un cinquantennio di lavoro critico e saggistico che ne ha fatto un maestro indiscusso, ha scoperto che continuare a occuparsi dei «libri degli altri», come li chiamava Calvino, non gli bastava più. Anche e soprattutto perché una gravissima malattia lo ha posto di fronte a una realtà che era impossibile esorcizzare. Ecco quindi la “conversione” al romanzo, prima con L’uso della vita, poi con La rancura, pubblicato l’anno scorso. E, a completare quella che in pratica è una trilogia, ecco ora L’ultima sillaba del verso, pubblicato da Mondadori. Autofiction, come i precedenti, ma con l’ambizione di incardinare una vicenda privata – la propria, raccontata con una certa libertà d’invenzione – in quella di una generazione che ha avuto una grande, smisurata ambizione: quella di cambiare il mondo, nientemeno, incorrendo inevitabilmente in una disastrosa sconfitta.

E se nel romanzo precedente Luperini metteva al centro della narrazione la figura paterna per proseguire poi col proprio apprendistato politico-civile, qui sono centrali invece alcune figure femminili, quelle che per un certo periodo si sono incrociate con la vita del Narratore. Mosso sempre da amarissime considerazioni: la sua esistenza – dice – è stata dedicata alla lotta politica, alla letteratura e alla ricerca di una relazione felice con una donna. Scoprendo, nella fase finale della vita, che la letteratura è diventata un mestiere, la politica è impossibile, e le donne continuano ad essere un problema, per quanto incantevole possa essere la vita solitaria nella bellissima campagna senese. Due, in particolare, le figure femminili che hanno un posto importante nel suo universo di Narratore: Betty, una giovane canadese appassionata di archeologia, e Claudine, una allieva neolaureata di 25 anni più giovane del protagonista, all’epoca cinquantenne. E se la prima dichiarerà forfait dopo qualche anno di convivenza perché troppe sono le differenze – di età, di stato sociale, di cultura – la seconda è un personaggio più complesso, con cui i rapporti saranno sempre difficili, anche se per un certo periodo faranno intravvedere al Narratore le rive di un continente sconosciuto, quello della felicità.

Non mancano peraltro figure che è difficile definire di contorno: Volponi, Timpanaro, Ciabatti, e i personaggi legati alle varie esperienze politiche dell’autore: dall’ex di “Prima Linea”, uscito dal carcere dopo venti anni e che è poco definire disilluso, agli immarcescibili «compagni» di Carrara, prigionieri di un astratto rigore.

Così, tra rimpianti e nostalgie, ma rifiutando i toni elegiaci, il romanzo marcia spedito, grazie a una lingua semplificata al massimo ma non priva di complessità, verso un finale che non c’è e non può esserci. Sorprenderà chi non conosce Luperini la sua attenzione, che definirei materialistica, per la natura, i boschi, le mutazioni stagionali, gli animali. Di fatto, dice Luperini, se è assodato che non si può «trovare un senso generale che spieghi il percorso della storia e il significato della vita e della morte , è possibile però interpretare la società e la natura, raccogliere i frammenti di senso, mettere insieme de tasselli, costruire delle storie e delle narrazioni».

 

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