Di Carla Bardelli

Ho letto l“L’ultima sillaba del verso” d’un fiato come sono capace di fare quando ho la fortuna di imbattermi in romanzi che mi scavano dentro e mi arricchiscono, e quello di Luperini è uno di questi. Un romanzo potente e forte.

Ho centellinato le parole, le frasi, lasciandole fluire dentro me con lentezza cercandovi la sua voce, perché sono belle, sono vere, sono di quelle che mi viene voglia di sottolineare per non scordarle. Di quelle che mi fanno fare un respiro profondo. E se è vero che non sempre le parole sono messaggio di verità, ma spesso lo sono, queste non solo non mi hanno sorpreso ma le ho riconosciute all’istante perché sembrano scritte per dare sostegno alle mie riflessioni, alle mie emozioni. Mi sono detta: ma guarda un po’ sta parlando di cose che ritengo importantissime, sta dando forma e significato ai miei pensieri.

Se scrivere è la voglia di condividere, leggere è anche l’occasione per dire con parole altrui ciò che sentiamo. Leggere è un po’ abitare le parole degli altri quando ci corrispondono.

C’è un modo di narrare che rende giustizia a chi scrive e a chi legge ed è quella parola, quella sillaba (per dirla con il protagonista), che cade in quel punto immaginario dove acquista senso.

Bilenchi ha detto che ”i libri servono a trasmettere la verità morale che sta al fondo di ogni sofferenza” e Luperini riesce a convincermi che sia proprio così.

Nel prologo due passaggi mi hanno imposto una prima, profonda riflessione: “ tutto si può descrivere, spiegare, capire, niente si può comprendere”, e allora anche l’ultima sillaba del verso non svela nulla?

E più avanti: “ Si dice che il verso acquisti il proprio senso dall’ultima sillaba e che solo la meta dia significato al percorso. Ma quando non ci sono più mete e la morte è soltanto la fine?” Allora si torna al passato, alla lingua e alla vita della madre che trova senso nella ripetizione, nei piccoli gesti quotidiani, nel cucinare i necci. Si torna agli affetti, si torna a un amore.

Ecco, secondo me, il romanzo veicola questo messaggio: il passato ricopre, avvolge, si adatta alla forma del presente. E io mi sono commossa non là dove il protagonista descrive la malattia, le settimane, i mesi di profondo disagio fisico e morale, il deperimento del corpo che prima o poi tradisce tutti a dispetto della nostra voglia di durare perché ancora abbiamo molto da dire, da fare, ma nelle pagine che ripercorrono le fasi di un amore vissuto in età matura senza infingimenti e inganni, un amore vero, paziente, generoso, rappresentato spesso con pennellate di puro lirismo.

Ma solo nel presente, che consente di rileggere lucidamente un passato che contiene una storia lacerante, Valerio capisce di non aver avuto il coraggio di nominare l’amore, di averlo in fondo sottovalutato quasi fosse un vizio che poteva guastarlo. Di essere stato lui, in fondo, a volare basso e non Claudine, per non essersi assunto la responsabilità di schierarsi dalla parte dei sentimenti, incapace di pensare a un “noi”.

C’è un maschile e un femminile che si intersecano nello scambio epistolare, posto nell’epilogo del romanzo, fra il protagonista Valerio e Claudine, in cui si sviluppa un nesso significativo con la voce della madre: “La mamma non era gelosa delle donne dei figli. Si legava alle fidanzate e alle nuore, le proteggeva, non voleva che diventassero vittime della prepotenza maschile, come era successo a lei […] E loro, nuore e nipoti, si riconoscevano nella sua lentezza… E ancora: “la mamma lo sapeva d’istinto, di pancia”. Un po’ come sentono tutte le donne. La mamma sa che la vita delle donne è esposta a ogni tipo di abuso, sa, o forse intuisce, che le conquiste sociali non sono per sempre e che le donne non riusciranno mai a eliminare del tutto la paura dalle loro vite. E allora forse nel darsi e negarsi di Claudine c’è anche questo trauma antico di esclusione e perdita. C’è il timore di dover abbandonare gli ormeggi con cui si è difesa fin qui.

Valerio, che per capirla ha fatto ricorso a categorie psicologiche e sociologiche, alla dicotomia fra pulsioni vitali e senso di colpa, al potere distruttivo della madre, si accorge con enorme ritardo che “questi strumenti non mi bastano più”, perché questi strumenti non spiegano, non sono in grado di cogliere il disagio di Claudine per un amore clandestino o il timore di dover competere con un uomo affermato che rappresenta il potere professionale e maschile, perché questa paura ancestrale è dalla pancia delle donne che nasce.

Valerio ha analizzato la relazione secondo moduli prettamente maschili: gli uomini non sono adeguati a praticare il linguaggio della madre e allora tacciono credendo che le difficoltà che una donna deve affrontare siano visibili come una ferita di guerra ignorando quanto è in fondo alla loro anima che covi ancora l’antico disagio di essere femmina. E se è vero che spesso ci facciamo sommergere l’un l’altra, che ci compenetriamo, ci trasciniamo, ci amiamo alla follia, continuiamo ad esperire ogni volta quanto siamo divisi irrimediabilmente dall’essere donne e uomini.

E poi, sotteso a tutto il romanzo, c’è quel senso faticoso della durata perché si ha a che fare continuamente con il tempo che muta, avanza, e ogni cosa diventa oggetto di scadenza, anche l’amore.

Ma la parola consegnata resta e forse è qui che si pone il senso di ciò che siamo.

Luperini proviene da una generazione che aveva idee e ideali, una generazione che ha vissuto il senso della partecipazione collettiva. Impegnarsi aveva un costo enorme: esserci in prima persona. E non c’erano vincite personali. C’erano i collettivi femministi, politici, c’erano le radio dei collettivi. Non c’era Internet a fingere una socialità.

E c’era il silenzio, molte pause di silenzio e Luperini, per fortuna, è fatto di queste cose qui. E io che ho conosciuto prima il critico letterario congiunto al professore capace di fornire una chiave di lettura che non fosse quella rigida, accademica, stereotipata, ma anche l’educatore attento e sempre disponibile nei confronti dello studente lavoratore che volesse capire e approfondire, l’ho riconosciuto (è stato un po’ come rompere gli schemi della distanza e estraneità che si pongono tra studente e professore). L’ho riconosciuto nelle parole liberatorie e terapeutiche che percorrono tutto il romanzo perché ogni parola è un gesto, uno sguardo, un respiro. Parole di pietra, secche come un frustino, per raccontare l’amarezza e il disinganno. Parole che si fanno leggere come piume nello struggimento dell’amore.

Un amore che si mischia all’importanza di penetrare nella coscienza più profonda, di guardare e riconoscere in se stesso i lati in ombra, gli aspetti oscuri, eppure capace di integrare i sentimenti negativi all’interno della sua umana complessità, di aderire con forza al desiderio che non è ferita ma completamento dell’amore, dell’essere, come lo è la cultura militante, impegnata e sociale.

E allora forse ciò che si sente nei momenti più cupi e difficili della nostra esistenza è che dobbiamo rieducarci alla percezione del sentimento: sentire come vibra, come precede ogni nostro gesto, come emoziona e come completa.

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