Recensione di Angelo Guglielmi, La stampa, Tuttolibri, 6 maggio 2017

Ancora un romanzo autobiografico di Romano Luperini a completamento della serie iniziata con L’uso della vita. Si tratta ancora di un’autofiction (che mescola eventi della realtà con tratta inventati) riferita all’arco di anni 1989 (l’abbattimento del muro di Berlino)e i giorni nostri. La parte davvero interessante del romanzo è la cronaca di quegli anni (di breve esaltazione e di rapido abbattimento) in cui il professore universitario ora in pensione Valerio (di fatto l’autore) confessa e motiva la sua odierna depressione. Ricorda gli anni ’60 e il fatidico 1968 quando giovane insegnante alla testa dei suoi studenti si era scontrato con la polizia a fianco degli operai del vicino stabilimento FIAT per n sogno di liberazione e di vita nuova. Allora era certo di poter rovesciare il mondo restituendogli energia e capacità di partecipazione e di creatività (repressa dai governi borghesi al momento al potere). E aveva scontato con alcuni mei di carcere la passione che pur chiamata politica e impegnandolo in atti di scontro fisico aveva sede nella mente.

E ora? Abbiamo smarrito forza e volontà. «Un tempo le cose accadevano perché noi le facevamo accadere. Ora accadono indipendentemente da noi e noi possiamo soltanto guardarle accadere. Eravamo protagonisti, o magari ci sembrava soltanto di esserlo, ma era comunque un’illusione importante, ora siamo soltanto spettatori davanti a un televisore, e non abbiamo più neppure illusioni». Fin qui noi lettori partecipiamo con curiosità e interessati (e condividenti) ai ricordi di Valerio e alla confessione dell’inerzia in cui è caduto e ne apprezziamo la capacità di non indulgere in nostalgie e di affrontare consapevolezze dolorose. E (ne) apprezziamo anche la sua idea (e modo) di raccontare che ci pare lui stesso illustri (per immedesimazione) nelle parole che dedica allamata madre. Mia madre sa raccontare. Può parlare di una sedia…o di una persona, e ne fa la storia; ogni dettaglio per lei è importante… ha la sua dignità, per questo non va perduto… poi i dettagli si compongono, si articolano, si snodano in una narrazione che potrebbe durare all’infinito. Mia madre racconta le cose ancora epicamente».

E qui, con il riconoscimento della sua lucidità priva di bellurie della sua scrittura, finisce la nostra condivisione. Valerio attribuisce la riduzione di agency (la condizione di impotenza che lo ha travolto) all’affermazione del postmoderno, quando, così scrive, «nessuno credeva più alla realtà, ma solo al linguaggio, alla parola che la nomina a partire da altre parole. Nomina nuda tenemus, no? Il postmoderno era questo…).

No, non è vero. Non è vero che Eco co quel detto (in latino) volesse dire che il linguaggio fa preso il posto della realtà (sostituendola) ma piuttosto che la realtà che da più di un secolo (testimone Benjamin) aveva perso energia, poteva riacquistarla (l’energia) attraverso la messa a punto di nuovo più attrezzato strumento linguistico. Il postmoderno di fatto non è mai esistito giacché da sempre l’arte è stata un lavorare su materiali preesistenti, dunque si è caratterizzata (da sempre) come riuso del passato. E semmai, se proprio esiste (il postmoderno) ha rappresentato il tentativo frettoloso (eppur non indegno di comprensione) di illudersi di sfuggire (proprio) all’impotenza lamentata da Valerio. In realtà i motivi della nostra incapacità di reagire si riferiscono alla generale implosione (così gravida di eventi oggettivi e colpe soggettive) in cui è annegato l’intero mondo.

E ritorniamo al romanzo di Luperini, L’ultima sillaba del verso, oltre il privato pubblico dell’autore raccoglie anche una parte consistente riguardante il suo privato personale e più in particolare una robusta (e seria) storia d’amore con una studentessa che finalmente colma i ripetuti fallimenti sperimentati nel suo immaginare e vivere il rapporto con la donna. Ripeto: la storia con la studentessa (già con marito e poi madre e lei stessa insegnante) è un passaggio serio e fondamentale nella vita dell’autore vissuto con assoluta dedizione esistenziale ma confesso che a me lettore mi ha ingiustamente disturbato come quando per esempio in un film di guerra il regista (ma in realtà l’avido produttore) non rinuncia a inserire una drammatica accattivante storia d’amore.

 

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