Appena un anno dopo la pubblicazione del romanzo La Rancura, presentato anche a Trieste nell’ottobre dell’anno scorso da Marina Paladini e Luca Zorzenon, Romano Luperini, intellettuale e critico di fama internazionale, ritorna alla scrittura narrativa con L’ultima sillaba del verso, pubblicato da Mondadori. Questi due volumi, come indicato anche esplicitamente dall’autore, costituiscono un dittico (o un trittico se si vuole aggiungere anche L’uso della vita. 1968, romanzo del 2013) che si impegna a ripercorrere la storia del Novecento italiano dalla seconda guerra mondiale in poi. Il primo romanzo si fermava agli anni Ottanta, mentre quest’ultimo giunge fino agli anni duemila e all’attentato alle Torri Gemelle.

Un primo indizio sullo stretto rapporto tra i due libri si può ottenere paragonando le immagini scelte per le copertine. La scena rappresentata è infatti la stessa (un uomo su un molo che guarda il mare), ma viene vista da due angolature differenti e, mentre la prima è colta di giorno, la seconda sembra essere stata ripresa di notte. Questo può essere interpretato come un esplicito indizio del forte legame tra i due testi, ma anche come segnale di una loro diversità e opposizione.

Se nella Rancura infatti la figura centrale e di riferimento era quella del padre, qui abbiamo invece un riferimento costante alla figura della madre; se prima c’era una tendenza a concentrarsi sulle figure maschili (pur con importanti e significative eccezioni), ora la narrazione è giocata in gran parte sulle figure femminili (anche qui con qualche eccezione); se prima a prevalere era una narrazione familiare, ora quest’ultima è ridotta a contorno della vicenda del protagonista; e ancora, se prima veniva sempre tenuto presente un aggancio agli eventi collettivi, declinato in forma di partecipazione concreta, ora ci troviamo davanti a un ripiegamento sugli eventi individuali quasi inesorabile.

La narrazione proposta nell’Ultima sillaba del verso, che può essere fatta rientrare in quella che la critica più recente ha indicato come autofiction, racconta gli anni Ottanta e Novanta, gli anni dell’abbandono di una dimensione di lotta collettiva e della sconfitta dei movimenti. La trama segue un duplice binario, da una parte rimanda ad eventi storici – le vicende legate a Craxi, la caduta dal Muro di Berlino, la fine del PCI, Tangentopoli, la nascita di Forza Italia, la vittoria elettorale dell’Ulivo, il succedersi cronologico dei governi di centro-sinistra, ecc. – e la loro influenza sulle vicende personali dell’io narrante, dall’altra invece si sviluppa in termini più squisitamente privati raccontando diverse storie d’amore vissute dal protagonista e in particolare quella con una giovane ex-allieva, Claudine, che ci accompagna dall’inizio alla fine del libro. Il tutto però viene narrato sempre nella lucida consapevolezza, che è anche un programma dichiarato, che «la scrittura può captare il riflesso proiettato sullo schermo della memoria individuale dalla storia collettiva» (p. 254).

Tutto questo viene inserito in una cornice costituita dal prologo e dall’epilogo che sono collocabili temporalmente tra il 2012 e il 2013 e raccontano di una grave malattia – fisica ma con connotati allegorici – che colpisce Valerio, il protagonista, della cura cui deve sottoporsi e delle sue conseguenze.

L’idea dichiarata che vorrebbe stare alla base di questa specie di memoriale è dunque quella di provare a rimettere insieme i pezzi di una sconfitta collettiva e personale e di provare a coglierne un disegno complessivo. «Se è impossibile trovare un senso generale che spieghi il percorso della storia e il significato della vita e della morte, è possibile però interpretare la società e la natura, raccogliere frammenti di senso, mettere insieme dei tasselli, costruire delle storie e delle narrazioni» (p. 82). In questo modo il libro trova una sua cifra unificante che salva l’insieme dalla rottura cui potrebbe portarlo il suo dualismo tematico e che garantisce quell’unità e compostezza che in parte mancava al romanzo precedente, diviso nelle sue tre parti in blocchi, in sé compatti e coerenti, ma che non scongiurano sempre il rischio di uno sfilacciamento dell’insieme.

La narrazione si apre con la morte della madre, uno dei primi e più significativi episodi raccontanti nel libro, la sera stessa in cui il protagonista conosce Claudine. Ormai i genitori non ci sono più e con loro se ne è andato un pezzo di storia. L’io narrante se ne dimostra perfettamente consapevole quando, nell’apprendere della morte del suo psicanalista, figura che aveva in parte sostituito la figura del padre, constata di non avere più nessuno alle spalle e si accorge di non conservare più alcun legame che gli faccia percepire una rassicurante fonte di significato – per quanto “altra”, misteriosa e magari incomprensibile – per il reale.

Ora, di fronte ai fatti della grande Storia, ma anche a quelli dell’esperienza privata, ciò che prevale è una sensazione di forte impotenza – «inseguo i fatti, non li determino più» (p. 73) – e di scomparsa di un mondo e di un’intera civiltà (o per lo meno di un modo di vedere la realtà e di rapportarsi con essa), collegata al sentimento del sopravvissuto che contempla i resti del naufragio intorno a sé sparire inghiottiti dal mare. «Il nostro mondo sta scomparendo» (p. 101) sentenzia sconsolato Valerio, subito contestato da Betty, la ragazza canadese, di molto più giovane, con cui ha intessuto una relazione.

L’unico presente ormai concepibile è infatti quello della relazione con le donne, portatrici di un altro senso capace di scardinare le certezze dell’io, e in particolare il rapporto clandestino con Claudine, personaggio sfuggente, sensuale e bipolare (a volte, se proprio si vuole muovere una critica al romanzo, troppo schematicamente e didascalicamente bipolare), che però alla fine si rivela sempre un fallimento per l’incapacità di trovare un vero piano comune tra generazioni, come dimostra anche la pagina finale, dove, nonostante tutto, la complicità tra i due personaggi si dimostra definitivamente impossibile.

Inizialmente un senso si può trovare anche nella sfida personale e del confronto con la natura, anch’essa portatrice di un significato di derivazione “materna”, cercata anche nelle abitazioni di campagna predilette dall’io narrante, e nelle escursioni durante i giorni festivi. Tale elemento si colora tuttavia anche di tinte “paterne” nella riuscita pagina in cui viene descritta l’ascensione al Sass de Putia da parte di Valerio che, pur malato, vuole confrontarsi ancora una volta con le proprie capacità fisiche e con la memoria del padre, che anni prima era stato sulla stessa cima, che gli aveva trasmesso la passione per la montagna e, geneticamente, delle gambe forti e muscolose.

Ma quest’ultima è una dimensione che progressivamente non basta più, negata, appunto, dalla malattia e dai problemi fisici che ne conseguono. La riflessione sul corpo e sul suo essere allo stesso tempo alleato e nemico dell’uomo è infatti un altro dei motivi ricorrenti del libro, con cui deve confrontarsi il protagonista, ma anche i suoi amici coetanei: «Siamo abituati a vivere come se il corpo non esistesse, e invece esiste, ed è incontrollabile… Pensi di essere tu a a fare il tuo destino […] e invece è lui, il corpo, a decidere, quando meno te lo aspetti, e della tua coerenza morale lui se ne frega…» confida l’amico Franco al protagonista poco prima di morire tradito, appunto, dal suo corpo tanto vigoroso in passato.

Eppure, in questa “contemplazione del disordine” l’io narrante, pur abbandonandosi al flusso degli eventi non rinuncia a cercare, anche angosciosamente un senso. «Quale significato?» è la domanda che ritorna quasi ossessivamente nelle ultime pagine del libro. Qual è stato il senso della vita del protagonista, e di conseguenza cos’è rimasto di una generazione che ha creduto di poter agire in prima persona e di poter cambiare il mondo? «Proteggete le nostre verità» in vista di tempi meno bui, chiedeva Fortini sulla soglia della morte alle nuove generazioni di fronte al tramonto di ogni illusione rivoluzionaria schiacciata da quella mutazione politica e di coscienza democratica, seguita a quella antropologica, che si concretizzava infine in Italia nella discesa in campo di Berlusconi.

Il protagonista di questo romanzo, che ha avuto occasione di vivere più a lungo e vedere anche le tappe successive di quella sconfitta e ha abbandonato ogni speranza residua, non può che prenderne atto: «Ho dedicato buona parte della mia vita a interpretare i segni del presente e a tentare di cambiarlo, sono vissuto di passioni politiche e pubbliche, e ora ho capito… capito che cosa? Che non c’è più nulla da capire e non mi resta che una passione tutta privata, privatissima, addirittura clandestina?» (p. 187).

Eppure… Eppure «se non si sa più in assoluto dove stiano il Bene e il Male, si può sapere di volta in volta dove stiano il meglio e il peggio» (p. 188). Una morale relativa è quanto resta in mano al protagonista che non riesce più ad orientarsi con la bussola d’un tempo nei marosi della contemporaneità. Questo è diventato ormai un mondo diverso adatto per gli altri, adatto per chi viaggia ad un’altra velocità, a chi non si pone problemi e a chi accetta le cose per inerzia. Alla fine l’io narrante ne è consapevole: «Sento che il mondo non mi appartiene più. O io non appartengo più al mondo» (p. 211).

Quella che ci viene consegnata con questo romanzo dunque è la narrazione, spesso amara e a volte di gusto testamentario, di una sconfitta storica: l’ammissione di un errore generazionale e insieme una dichiarazione di impotenza e di incapacità a comprendere e determinare. «Si dice che il verso acquisti il proprio senso dall’ultima sillaba e che solo la meta dia significato al percorso. Ma quando non ci sono più mete e la morte è soltanto la fine?» (p. 17).

L’unico senso che resta è quello della storia, anzi, della cronaca o cronologia, che, riconosce mestamente l’io narrante, non è più capace di rimandare ad un significato globale. Questo è il massimo che si può pretendere e ottenere. Niente di più: una verità provvisoria e residuale da proteggere gelosamente.

NOTA

Questo articolo di  Lorenzo Tommasini è uscito si “Il ponte rosso”, rivista triestina di informazione e arte, n. 25, giugno 2017.

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