Questa recensione è uscita su “Il ponte” di  giugno 2017

Il motivo del deperimento senile del corpo, dell’invalidazione umiliante della malattia è tema pervadente l’intera opera narrativa di Romano Luperini, se nel libro d’esordio, I salici sono piante acquatiche(2002), si legge:

Quando siamo giovani, trascuriamo il corpo, e lui trionfa. Quando invecchiamo, lo circondiamo di cure e lui se ne va, pezzo dietro pezzo. Crediamo di possederlo, ed è invece lui che ci possiede. Dopo quel sangue di notte, qualcosa era cambiato per sempre. Il corpo, ignorato sino allora, imponeva la propria presenza. Le pareti dei visceri si sfibravano; i muscoli si rilasciavano. Ulcere e focolai minacciavano le cellule. Ora in un organo, ora in altro, qualcosa si logorava, si spezzava (p. 132)

Tale specificità tematica torna con prepotenza nel recentissimo L’ultima sillaba del verso, apparso lo scorso marzo, a conferma dell’unitarietà di un percorso ideativo proseguito organicamente nel tempo e culminato in una trilogia romanzesca dalla spiccata valenza autobiografica, che il volume appena citato conclude, dopo la pubblicazione de L’uso della vita.1968 (2013) e de La rancura (2016).

Il riferimento alla fragilità fisica, alla salute compromessa, agli effetti duramente limitanti della condizione morbosa domina il Prologo e l’Epilogo dell’ultimo lavoro, come inquadrando e assicurando un’angolatura peculiare al racconto, tradizionalmente organizzato in tre parti cronologicamente designate, dal 1988 al 2001,anno dell’attentato terroristico alle Torri Gemelle.

E’ proprio l’esperienza della malattia a costituire il primo nucleo di una crisi sempre più acuta, che assale e tormenta il protagonista Valerio, dopo l’allarmante confessione dell’amico Franco:

Siamo abituati a vivere come se il corpo non esistesse, e invece esiste, ed è incontrollabile…Pensi di essere tu a fare il tuo destino, tu con la tua volontà, la tua ragione, i tuoi progetti, pensi che devi essere coerente coi tuoi convincimenti e che da questa coerenza dipende il destino tuo e del mondo, e invece è lui, il corpo, a decidere, quando meno te lo aspetti, e della tua coerenza morale lui se ne frega…(pp.103-104)

Se il personaggio principale – professore universitario, esponente della cultura marxista, già dirigente nazionale delle sinistra rivoluzionaria, la cui vicenda è significativamente narrata in prima persona perché evidente raffigurazione dell’autore – non esita in un passo del libro a dichiarare gli scopi in base ai quali aveva impostato la sua vita (“Avevo dedicato l’esistenza alla lotta politica, alla letteratura e alla ricerca di una relazione felice con una donna”, p.87), ora però a mostrare gravi insufficienze e manifeste aporie è proprio una concezione globalmente razionalistica che voglia collegare il particolare al generale, le piccole storie alla grande storia, e ricerchi con storicistica fiducia “nel domani il significato dell’oggi”(p.17), rivelando così l’aspirazione orgogliosa ad un completo controllo, in chiave critico-intellettuale, della realtà politico-sociale e psicologico-sentimentale:

Tutto si può descrivere, spiegare, capire. Niente si può comprendere. Pure la storia dell’ultimo decennio del secolo (…) Si dice che il verso acquisti il proprio senso dall’ultima sillaba e che solo la meta dia significato al percorso. Ma quando non ci sono più mete e la morte è soltanto la fine? (pp. 16-17)

L’idea comunista è stata quella che maggiormente si è riconosciuta nel progetto di una subordinazione integrale dell’energia sociale, e quindi del concorso degli individui, ai fini della cosciente programmazione collettiva ed egualitaria, se Lev Trockij alla fine della sua ponderosa Storia della rivoluzione russa (1932) asseriva:

L’ascesa storica dell’umanità, considerata nel suo insieme, può essere sintetizzata come un susseguirsi di vittorie della coscienza sulle forze cieche – nella natura, nella società, nell’uomo stesso (…) Ma i rapporti sociali continuano a formarsi alla maniera delle isole coralline…In confronto alla monarchia e ad altri retaggi del cannibalismo e dello stato selvaggio delle caverne, la democrazia costituisce naturalmente una grande conquista. Ma non intacca il gioco cieco delle forze nei rapporti sociali. La rivoluzione d’Ottobre ha alzato la mano per la prima volta contro questa più profonda sfera dell’inconscio. Il sistema sovietico vuole stabilire una finalità e un piano nelle basi stesse di una società, dove sino a quel momento avevano prevalso solo effetti accumulati

Al proposito il disincanto di Valerio è totale (“ Sì, avevamo delle sicurezze, forse troppe (…) Ma le nostre coordinate generali…il modo in cui immaginavamo il comunismo, la rivoluzione proletaria, il primato della classe operaia, la necessità del partito, leninista o maoista o luxemburghiano, non importa…no, quelle non sono coordinate da invidiare, erano costruite a tavolino, troppo libresche, e non hanno retto a lungo. Di sbagli ne abbiamo fatti…Anche per colpa nostra la parola “comunismo” è diventata impronunciabile”, p.78) e le capacità di orientamento dinanzi agli avvenimenti politici contemporanei e alle trasformazioni ideal-culturali di fine secolo si sono fatte incerte e il grado di consapevolezza si è scoperto inquietantemente ridimensionato. Ad esempio, riguardo alla guerra del Golfo del gennaio-febbraio 1991, il giudizio del professore è ormai distante dalle certezze di un tempo:

Vedi…, all’ epoca del Vietnam tutto era chiaro. Era naturale stare con i vietcong (…) Ma ora tutto è cambiato, il bene e il male sono stretti insieme in un nodo unico, non si sa più chi è l’aggressore e chi l’aggredito, se stare da una parte o dall’altra (pp.54-55) ;

mentre l’amico Ottavio, che ha vissuto in prima persona il passaggio drammatico dalla contestazione sessantottina alla lotta clandestina e al terrorismo, liquida con decisione sprezzante quegli anni come “tempo perso”.

Pertanto l’animus del narratore-autore oscilla fra una nozione limitata dell’impegno etico-ideologico, circoscritto a obiettivi parziali e pragmaticamente individuabili – in grado nondimeno di dare un frammento di senso all’operare quotidiano e in parte all’esistenza stessa -, e lo scetticismo radicale di chi “insegue i fatti, non li determina più”( p.73) ed è approdato alla convinzione nichilistica che “la vita è questa, percorsa da un vento funebre, insensato”(p.35: l’amara sentenza è attestata altresì ne La rancura, appena contrassegnata dall’avverbio attenuativo: “Ma forse la vita è sempre così: un vento funebre, insensato, che semina a caso morte malattie guerre, e per difendersi solo la forza oscura e tenera del legame di sangue”, p.91, corsivo mio).

Luperini, citando in una nota posta alla fine del libro Annie Ernaux e il suo romanzo Gli anni(2015), afferma di aver voluto sulla sua scorta cimentarsi in una “scrittura” idonea a “captare il riflesso proiettato sullo schermo della memoria individuale dalla storia collettiva”; però ne L’ultima sillaba del verso la connessione fra il contesto storico generale, il momento ideologico-culturale, e le vicende individuali di rado raggiunge una compenetrazione forte e persuasiva, l’incisivo nesso dialettico che conferiva al volume precedente il respiro intenso e la profondità prospettica del “romanzo-saga”.

Qui l’attenzione si concentra soprattutto sui rapporti personali di Valerio, in particolare sulla sua sofferta relazione con le donne, dalla madre alla sorellastra, dalla canadese Betty all’allieva Claudine.

Quest’ultima, personaggio in precedenza emerso onomasticamente nel lungo racconto diaristico L’età estrema (2008), è ora al centro di un’impegnativa storia d’amore con Valerio, la quale, appagante per entrambi e tuttavia travagliata e destinata inesorabilmente a finire, viene indagata nei sui risvolti più intimi, “ricorrendo agli strumenti dell’analisi psicologica” (p.202).

Più precisamente la giovane donna – che si chiama Claudia – vive un aspro conflitto tra il vitalismo sensuale, l’abbandono erotico (in questo per il partner è Claudine) e le censure moralistiche in lei instillate dall’educazione ricevuta in famiglia e i doveri di una quotidianità soffocante e ripetitiva, ma irrinunciabile, per cui risulta più congeniale, addirittura emblematico il nomignolo Dina:

Forse perché una parte di me era anche soddisfatta di aver resistito al desiderio di lasciarmi andare…desiderio che c’era, ed era forte, come tu mi hai fatto subito notare…Sono sempre spaccata in due…C’ero e non c’ero. Il corpo da una parte, la mente dall’ altra (p.145)

Anch’essa alla fine si rivelerà inafferrabile per il protagonista, e i tanti episodî del loro atipico e assai problematico ménage appariranno tasselli separati, resistenti a ogni disegno ordinativo, frammenti di “cronaca”, non di “storia”, situazioni che si possono via via indagare e “capire”, mai “comprendere”.

 

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