Questa autointervista è uscita su “L’Immaginazione” n. 300 di giugno-luglio 2017

di Romano Luperini

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In effetti L’ultima sillaba del verso non è per nulla un titolo pop, o popolare. Infatti all’editore non piaceva e ho dovuto insistere a lungo per farlo prevalere su Cronaca di fine millennio. A me invece piace proprio perché fa pensare, non è immediatamente decifrabile. L’idea mi è venuta da un passo di Massime e riflessioni di Goethe, ripreso e discusso da Lukàcs, in cui si afferma che la vecchiaia dovrebbe svelare e realizzare il senso della propria vita. Ma il protagonista del romanzo mette sostanzialmente in dubbio questa visione in fondo ottimisticamente teleologica dell’esistenza.

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La critica è diventata un fenomeno chiuso e istituzionale, senza eco sociale o civile. Un critico universitario scrive per lettori quasi sempre coatti: studenti o colleghi. E’ vero, da qualche tempo mi interessa di meno. Riconosco però che fare critica è richiesto da una istituzione e avviene all’interno di una comunità, per quanto ormai sempre più burocratizzata, mentre fare lo scrittore è atto gratuito e solitario che nessuno ti richiede. Per cui, sì, provo un poco di vergogna. Ma d’altro canto certe cose in un saggio non si possono dire, in un romanzo sì. E a me queste cose preme dirle, e che ci sia qualcuno disposto a udirle e a reagirvi dà un qualche senso alla parte finale della mia vita. Rischio così di rovinare la mia identità e di mettere in pericolo la mia faccia? Non mi sembra un problema grave. Nella mia vita ho fatto per vent’anni il militante politico, per trenta il professore e il critico, ora scrivo qualche romanzo. Ma in fondo ho sempre cercato in modi diversi il senso della vita, e non solo della mia.

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Non è del tutto vero che in questo romanzo la vita privata prevalga sulla pubblica. E’ vero certamente che ha maggior spazio che nel precedente La rancura, dove si affrontavano questioni nodali come il fascismo, la Resistenza e gli anni di piombo. Però la vicenda privata da me narrata in quest’ultimo romanzo si giustifica solo all’interno del quadro storico in cui è inserita e che rende improbabili se non impossibili la militanza politica e l’iniziativa dei movimenti di massa. L’individuo viene ributtato nel privato perché si sono ridotte sin quasi a sparire le possibilità di un agire collettivo. Negli ultimi trent’anni è cambiato il sistema di potere lungo l’asse Craxi-Berlusconi.Renzi, sono scomparsi i partiti, si è trasformata la società. Depoliticizzazione della società, desocializzazione dell’individuo, desoggettivazione dell’io sono fenomeni convergenti che si affermano nel periodo che va dal crollo del muro di Berlino, Craxi e Mani pulite, da un lato, e l’attentato delle Torri gemelle di New York dall’altro. E questi infatti sono i due termini non casuali del periodo storico qui rappresentato. Sono gli anni in cui l’impegno politico e la partecipazione ai movimenti di massa sono ormai diventati difficili, se non impossibili, e il protagonista, vecchio militante della sinistra, ributtato nel privato, vive la sua storia d’amore con una ragazza assai più giovane di lui.

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No, non direi che si tratti di romanzo storico, sia perché la vicenda d’amore è fondamentale, sia perché essa viene raccontata dal protagonista narratore diversi anni dopo da una prospettiva molto particolare, quando, ormai vecchio e logorato da una terribile malattia, vive solo in una campagna solitaria, fra colli, selve di castagno, uccelli, con l’assistenza saltuaria di una donna kossovara giunta in Italia col gommone. È in bilico, mezzo vivo e mezzo già morto, e da questa condizione estrema si volge indietro a rievocare quel pezzo di storia e a riaprire, dopo tanti anni, un dialogo con la ragazza dal basco rosso sui capelli neri che aveva conosciuto e amato tempo prima e che sorprendentemente ora ritrova.

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Sì, ammetto una certa influenza di Annie Ernaux. Ho letto Gli anni quando già il romanzo era quasi completamente scritto, ma rielaborandolo ne ho ripreso due o tre spunti e soprattutto mi sono ancor più convinto del mio progetto. Quando ho letto che anche lei si era proposta di «captare il riflesso proiettato sullo schermo della memoria individuale dalla storia collettiva», mi sono confermato nel mio proposito. Anch’io, per quello che ho potuto, ho cercato di fare qualcosa di simile.

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Abbi pazienza. A me non interessano le trami forti, i personaggi coerenti, le avventure romanzesche, la narrazione per la narrazione, lo storytellig che oggi va di moda. Piuttosto vorrei mostrare figure complesse e contraddittorie, la pluralità dell’io, la molteplicità dei punti di vista. A me non piace che dopo “oggi piove” chi legga trovi per forza “prendo l’ombrello”. Nel romanzo la protagonista femminile prima è vista dall’ottica maschile del narratore, poi è lei che racconta la propria storia rovesciando in modo imprevisto la prospettiva con cui il lettore sino allora l’aveva immaginata. Forse per questa ragione tu dici che io nel romanzo strizzerei l’occhio alle femministe…Piuttosto è vero che, mentre il precedente La rancura era un romanzo patrilineare (anzi addirittura patriarcale, ha detto qualche lettrice), questo è un romanzo dove dominano figure di donne libere che vogliono costruirsi da sole la propria vita. Ed è anche vero che la contraddizione di genere mi sembra irriducibile, e in essa, come nell’emigrazione vedo le uniche chance che restano per il nostro futuro. Non credo insomma che la rassegnazione e la nostalgia siano l’unica possibilità davanti alla decadenza, alla corruzione e allo stato attuale d’impotenza.

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Indubbiamente non mancano aspetti autobiografici, ma siamo ancora nel campo dell’autofiction, come già in La rancura. Io parto quasi sempre dal vissuto, ma poi, una volta che un personaggio è sbozzato sulla pagina, esso prende invariabilmente la sua strada, diventando del tutto autonomo da me e dalla mia vita (questa autonomia del personaggio dall’autore era ben chiara a Pirandello che, come è noto, ci ha scritto, oltre a un dramma famosissimo, anche qualche novella). D’altronde nella confusione in cui viviamo, nella assenza di riferimenti e di valori generali, la vita vissuta è un punto di partenza quasi obbligato perché è l’unica realtà che conosciamo bene, l’unica a cui possiamo aggrapparci per ricostruire un senso possibile della vita.

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Ho cercato di dare una risposta a una domanda che mi sembra molto attuale: è ancora possibile oggi un romanzo che si ispiri a una intenzione di stile e sia insieme narrativo e lirico, storico e filosofico, che cioè racconti una vicenda e un paesaggio attraverso una riflessione sulla storia recente d’Italia e sulla stessa condizione umana? L’ultima sillaba del verso vuol essere una scommessa in tal senso.

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