Questa recensione è stata pubblicata su L’Immaginazione di Luglio-Agosto 2017

Compare nelle librerie l’ultimo romanzo di Romano Luperini, L’ultima sillaba del verso, a disegnare l’epilogo di una vera e propria trilogia, rappresentata da due precedenti e intense prove narrative , L’uso della vita.1968 e La rancura . Sono prove che indurrebbero a riconoscere il volto melanconico di uno scrittore ormai con uno stile molto personale: e a percepire nascoste dietro un sipario talune attitudini o propensioni del critico e dello storico della letteratura noto a generazioni di docenti della scuola e dell’università. Ma forse per quest’ultimo romanzo sarebbe più giusto parlare di un deciso desiderio di “assenza” del critico, ovvero dello studioso di Verga, di Montale e di Pirandello: un’assenza segnata, nondimeno, per un verso da allusioni dotte ,e per l’altro verso, da riferimenti polemici alla condizione del mondo dell’istruzione pubblica in Italia. Ma lasciamo stare ora ogni considerazione di immediato risvolto politico- culturale e ritorniamo – come del resto si richiederebbe – alla esperienza narrativa vera e propria.

Il romanzo mostra un titolo probabilmente ancor più suggestivo dei due precedenti: esso suona L’ultima sillaba del verso.  Come è evidente, l’autore disvela ancora una volta una particolare sensibilità nella scelta dei titoli , intesi come essi sono a evocare il trascorrere dell’esistenza umana e ,dentro la sua temporalità, disarmonie e distorsioni : e soprattutto un’ansiosa volontà di bilancio.

.Già il precedente romanzo aveva un titolo ruvido ed evocativo: La rancura, parola montaliana ripresa da Luperini a disvelare il sentimento complesso e tortuoso che ogni figlio coltiva animosamente nei confronti del padre. Ora, il titolo de <L’ultima sillaba del verso> detiene in prima istanza il significato di un epilogo, di una conclusione; ma essendo poi riferito all’esercizio della parola poetica – con il suo potere non solo evocativo, ma altresì ricreativo – sembra elaborare dal proprio interno un ossimoro: come dire una conclusione che non conclude, un senso della vita che è resistente a ogni bilancio definitivo, contemplando un inafferrabile sigillo di ambiguità e mistero. Si dovrebbe solo aggiungere che il nodo che resta inestricabile nel corso della intensa vita del protagonista del romanzo, Valerio, di professione docente universitario, è dato <in primis> dall’amore – il mistero di ogni vita – e poi da relazioni di intensa amicizia e infine dai volti cangianti della natura. Sembra che il resto, dal lavoro alla politica, si disponga solo come una effimera sovrastruttura, a cui guardare con un sorriso di malinconica nostalgia, e con la sottile considerazione che, alla fin fine, si tratterebbe di maschere <miserevoli>,anche se niente affatto decorative o superflue.

Ma se lavoro e politica costituiscono delle sovrastrutture, di certo necessarie alla vita ma che alla vita non conferiscono il suo senso ultimo , quel che risulta decisivo è il <corpo>, la sua esistenza ,le sue gioie e purtroppo, per amara fatalità, le sue sofferenze. Non per caso il prologo de L’ultima sillaba del verso si distende nella rappresentazione di uno spazio di dolore, una camera d’ospedale, in cui giace sul letto il protagonista sofferente dopo aver subito un difficile intervento chirurgico a causa di un cancro. Qui il corpo nomina la propria presenza segnata da malattia e dolore: e la mente ,in chiave saturnina e melanconica, evoca il tempo che trascorre. E’ questa la verità elementare affermata da Valerio in una camera d’ospedale: il corpo lo si ignora per anni, quando si è in buona salute ; poi – venuta a visitarci la malattia – esso si sfigura: a tal punto che Valerio è indotto amaramente a chiedersi: “Sono io, questo ? Così dimagrito, le braccia strette e striminzite, le clavicole e lo sterno senza più carne, con la pelle tesa sugli occhi puntuti ,e il viso squilibrato, sbilanciato da una parte ,col collo scavato a sinistra (…)”. Il colloquio di Valerio con il chirurgo mette in mostra altre sfumate emozioni :la prima è in una probabilmente inespressa gratitudine del malato verso il medico in ragione della sua rigorosa professionalità ; ma un’altra è in un attonito sgomento per una prassi di “distanziamento”, peculiare di ogni medico che con malati gravi conviva quotidianamente. E’ un distanziamento che si risolve in un discorso asettico e senza emozioni all’indirizzo dell’uomo “uomo solo”, invitato a meditare sulle possibilità di recidiva del tumore indicategli dal medico: il quale – così come avviene nel romanzo – dopo aver comunicato al malato le <percentuali> di sopravvivenza”, “si è già alzato in piedi” e protende la mano per dargli congedo

Intanto, finalmente di ritorno a casa – in quello stato di convalescenza già indicato da autori quali Nietzsche e Pirandello come particolarmente propizio alle meditazioni – Valerio, muovendosi tra spazi e cassetti di mobili ,ritrova vecchie agende, vecchie lettere, vecchie fotografie, appunti di diario; e non solo con gli occhi della fronte, bensì con quelli della mente e del cuore rivede, quasi in chiave dantesca, tre donne: la madre, morta vent’anni prima, due foto di Betty,una giovane canadese con cui ha una tormentata relazione sentimentale, e soprattutto brevi appunti riferiti a una donna che deve aver inciso profondamente nella vita di Valerio come una lama di coltello: una donna del desiderio e, proprio per questo, un oggetto inafferrabile, Claudine.

Del resto, all’età di cinquantatré anni ,Valerio accenna uno dei suoi tanti bilanci. Ha deciso di ritirarsi in una campagna solitaria e silenziosa e se non ci fosse stata la visita della sorella, prodiga di un regalo, pure il suo compleanno sarebbe stato un giorno come gli altri: quel che pesa di più è una amara solitudine che fa pensare con rimpianto a dimensioni ormai perdute, come lo studio collettivo, le discussioni di gruppo , la politica vissuta con passione. Tutto sembra ridotto a una mera dimensione individuale ,che fa avvertire il sentimento di un declino inesorabile.

Si sommuove nella mente di Valerio un’arte di ben pensare come attraversata da un moto di conoscenza inespressa: un quotidiano <memento mori> intorno alla esistenza del corpo che ignora i colori alla Rubens, ma si inarca invece in una asciutta e secca osservazione alla Rembrandt. Questo peculiare sguardo si acuisce quando Valerio va a trovare in ospedale un amico, Franco, e osserva sgomento che la sola parte del suo corpo ormai pietrificato è la lingua: quella lingua che l’amico, aperta la bocca, protende invano in un ultimo “gesto” . “Era un movimento inconsulto o un segnale” di contatto con il mondo ? si chiede drammaticamente Valerio, il quale medita sulla vita del corpo che è “l’unico bene gratuito” che pare che tutti noi possediamo: laddove, soprattutto quando sopravviene la malattia, è piuttosto il corpo a possederci. La verità, riflette poi Valerio, è che quando si arriva a una età matura “a morire non sono più solo i genitori, sono gli amici”, sono i coetanei.

Ma la vita non è solo sofferenza .A gettare fasci intensi di luce su una scena del mondo densa di ombre è la presenza della donna ,ovvero il mistero dell’amore sotto ogni segno; senza dire che nel mondo si sommuove pure il sentimento dell’amicizia. Sembrano essere questi i luoghi autentici della vita :e tanto più autentici e permanenti quanto più si mostrano “misteriosi”. Ma c’è pure ,come si diceva prima, il valore della natura, per nulla decorativo, che si coniuga con il senso della bellezza e dell’arte. In questo culto quasi segreto è sottesa la polemica del critico di razza qual è Romano Luperini – cui si alludeva in apertura – il quale, dopo la cronaca di innumeri entusiasmi “rivoluzionari” collettivi , ha visto poi trasformato un impegno appassionato di interpretazioni dei testi letterari per lo più in un arido <mestiere> individuale: colorato di abilità microfilologiche e del tutto lontano dalla vita. A conferma di questo, si dipana nel romanzo un breve ,ma intenso episodio in cui si narra della morte di Paolo Volponi . Avuta notizia della perdita dell’amico, Valerio ha bisogno di raccontare a Claudine del suo incontro con Volponi ,ricordando la visita dello scrittore nel casale di campagna dove un tempo Valerio abitava, dell’emozione di Volponi davanti al paesaggio campestre ; e infine della visita fatta insieme a Volterra per osservare la Deposizione di Rosso Fiorentino: con Volponi che ne parlava con stupore ed entusiasmo tanto da richiamare un piccola folla di ascoltatori ammirati. Valerio, ad epilogo del suo rammemorare commosso ,dichiara asciuttamente a Claudine che la natura e l’arte ,per Volponi, lungi dall’ essere decorazione o citazione, erano un alternativa autentica.

La natura come alternativa autentica. Essa appare nei suoi volti suggestivi in più luoghi del romanzo. Anche la nuova casa nella quale va ad abitare Valerio è posta quasi in cima a un poggio e consente al protagonista di contemplare sotto, nella  valle, un bosco di acacie: e dall’alto “tutto il paesaggio cambia ,acquista ampiezza e respiro”. Salendo verso casa si può guardare “un grande orizzonte circolare di colline” e Valerio immagina che lo spiazzo che si affaccia davanti alla nuova casa, in un tempo remoto, doveva essere “uno spazio sacro, con nel mezzo un’ara per le

La natura appare nel segno di una <ripetizione> sacra che ,in modo sotterraneo, incrocia i riti, “altra”. Quest’anno la mamma non farà i necci”, dicono Valerio e la sorella Albertina ,amari e dolenti dopo la morte della madre. Era un rito di ogni anno, a novembre :con la farina di castagna riscaldata in due “testi” con i manici un po’ arrugginiti ,e fatta scivolare poi in un grande piatto per versarci sopra la ricotta e arrotolare l’impasto. “Ma no” ,dice Albertina “cucinerò io i necci ;è il modo per ricordarla”. Rito e culto dei morti si incrociano .

Non diversamente , come fossero cultori di un rito arcaico, un giorno di primavera, Valerio e Claudine, l’allieva molto più giovane di lui, donna che lo seduce con le sue indecisioni e i suoi turbamenti, si addentrano in un bosco e si scoprono ad osservare incantati l’upupa: “è bellissima” ,dice lei, e lui replica :”Sai ,ogni primavera l’aspetto”.

Paradossalmente verrebbe fatto di chiedersi: ma lontano dalla bellezza della natura, lontano dal suo mistero, ovvero nelle maglie strette della società civile, appare veramente ridicolo il rapporto di un uomo maturo ,”anzi già quasi anziano”, con una giovane ? Valerio è diviso tra una giovane archeologa canadese ,donna difficile, spesso risentita ,con una volontà dichiarata di autonomia ,con una nostalgia per le grandi distese d’orizzonte del suo paese, il Quebec, da un lato, e un nuovo- antico amore per Claudine, dall’altro, amore che alla fine prevarrà in tutto il suo segreto di seduzione. Infatti, il teatro della vita prevede sempre un epilogo. E il giuoco di un incredibile destino impone che Valerio – in forma fisica precaria e, sembrerebbe, <uomo solo>- senta nella sua casa di campagna il lamento lontano dell’upupa ,che la madre ,al di là di ogni credenza negativa, indicava come l’uccello nuziale: e accade sorprendentemente che Valerio venga visitato da Claudine. Ma non è visita di donna pietosa, è visita d’amante ,con un sentimento e una emozione trattenuta da lei come dal <vecchio> professore: e segnata da una dolcezza infinita. L’emozione d’amore può indurre a dimenticare i passati dolori del corpo, a rimuovere la paura della vita come della morte, e sovrasta ogni altra difficoltà.

Postilla.

In un componimento dei <Versi a Dina> Camillo Sbarbaro – poeta amato da Romano Luperini – rivela di un inimmaginato incontro d’amore nell’autunno della sua vita; e dice di sé come di un uomo il quale scopra sorpreso, tra i pampini arrossati, un superstite grappolo e ne colmi la mano, preso da infantile gioia. Recita l’ultimo verso :<la sua prima, fors’ultima, dolcezza>

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