Questa recensione è uscita su L’immaginazione n. 300 di Luglio-Agosto 2017

L’ultimo romanzo di Romano Luperini, L’ultima sillaba del verso (Mondadori, 2017), porta a compimento un percorso iniziato con L’uso della vita. 1968 (Transeuropa, 2013), poi seguito da La rancura (Mondadori, 2015), trittico che l’autore fa risalire a quella sorta di Ur-Roman che è I salici sono piante acquatiche (Manni, 2002). Se ne L’uso della vita. 1968 il racconto si era concentrato sul particolare del Sessantotto pisano è con La rancura e ora con L’ultima sillaba del verso che si completa un ampio affresco incardinato sul secondo Novecento. Nel romanzo La rancura i tre protagonisti (Luigi, Valerio, Marcello) raccontavano attraverso le loro vicende l’Italia della guerra e del dopoguerra, del boom, degli anni Settanta e della lotta armata, fino ad arrivare agli Ottanta e Novanta. L’ultima sillaba del verso si ricongiunge a quest’ultimo terzo de La rancura raccontando il mondo di fine millennio e degli anni Zero.

Il prologo del romanzo mostra il protagonista Valerio negli attimi immediatamente successivi l’intervento chirurgico dovuto a un male terribile. La successiva lunga convalescenza è occasione per riportare alla memoria la propria vicenda privata, illuminata dall’accadimento di un amore passato da anni ma non dimenticato. Il referto personale diventa, anche per il lettore, possibilità di accesso a un luogo privilegiato da dove osservare quell’autunno del Novecento che per il protagonista Valerio, docente universitario reduce di una vita fatta di difesa ostinata della propria funzione, coinciderà con l’apparente fallimento del ritiro nel privato. Ma è proprio a questo livello che si palesa la via che Luperini decide di tracciare nella propria interpretazione dell’autofiction: il senso di sconfitta patito da Valerio e dalla sua generazione è direttamente proporzionale alla capacità di analisi della storia che gli appartiene (e ci appartiene), tanto da restituire al lettore un autobiografismo intimamente collettivo, carico, pur nella sua tonalità fosca, di bisogno di verità e di senso. Il lettore si trova preso così per mano attraverso gli anni della Guerra del Golfo, del crepuscolo del craxismo e la fine della prima repubblica, dell’avvento del berlusconismo e del crollo delle torri gemelle, del cosiddetto postmoderno e della realissima realtà della crisi economica e dei fenomeni migratori. Questa cronaca di fine millennio viene scomposta nelle mille rifrazioni generate dal personaggio Valerio e dalla sua vicenda personale e sentimentale. A ciò si aggiungono potentemente le dimensioni della malattia, del tempo che avanza e degli interrogativi a esse sottese, che non limitano il romanzo a semplice documento oscillante tra piccola storia e grande storia, dotandolo invece del respiro necessario alle domande importanti di chi non si ferma a un atteggiamento cinico nei confronti dell’umano. Ciò si sostanzia a nostro giudizio in due temi fondamentali.

Il primo è lo svelamento del portato conoscitivo della dimensione del femminile, reciproca e dinamica (e non solo complementare) rispetto al tema del padre e del maschile presente ne La rancura. Valerio che oscilla tra la fuga da un mondo femminile fatto di tante Dina ma che tenta anche invano di cristallizzare le sue Claudine, scopre alla fine l’esistenza di Claudia. Scoprire Claudia è riappropriarsi dell’intima complessità dell’esistenza, in modo più profondo di quanto Valerio abbia dovuto fare sperimentando l’apparente fallimento della propria dimensione politica e intellettuale ma anche a posteriori dell’abisso della malattia. Alla fine del romanzo Claudia, rivendicando se stessa («Un abbraccio, scrivimi. Claudine, anzi Claudia»), ha la capacità di rivoluzionare in modo delicato e violento l’immaginario femminile di Valerio, scisso tra una donna/madre oblativa ma impossibile nel presente (Dina) e tra una donna letteraria irrimediabilmente maschile altrettanto impossibile nel presente (Claudine). Quella suggestione che Valerio aveva preso in prestito dalla letteratura (Musil) proponendola alla sua studentessa (dove l’asimmetria professionale e generazionale non è certo neutra) viene disinnescata pur nella memoria da Claudia, non negandola, tantomeno accettandola, semplicemente mostrando la presenza di un altro piano, quello della seminale diversità tra maschile e femminile. Anche Valerio alla fine riconoscerà come insanabile quell’alterità, ma al contempo fonte stessa del reciproco attrarsi e forse del conoscere in assoluto.

Ma il romanzo è anche una riflessione profonda sul senso della funzione intellettuale e civile negli anni prima del riflusso e infine dell’apparente o totale eclissi della realtà (Nomina nuda tenemus?), aspetto per altro già affrontato ne La rancura dove una delle vette era quel dialogo con il vecchio Vittorio Foa che ne L’ultima sillaba del verso si ripropone simmetricamente attraverso l’incontro con il personaggio di Sebastiano Timpanaro. Questo secondo tema fondamentale ha a che fare con un’opzione ancora più etica che civile: esiste la responsabilità, esistono i fatti, anche in un tempo come quello presente in cui sembra che ogni storia debba diventare un madrigale privato. Da questo punto di vista è innegabile come il romanzo sia un referto fortemente politico, con una presa di posizione chiara, tanto più a ragione del tempo storico che vuole raccontare. L’aspetto confortante per chi legge è la constatazione che tale scelta non sia la patetica postura del giapponese resistente sull’isola, quanto il colpo d’ala necessario a liberarsi di certe pesantezze retoriche autocompiacenti del proprio atomizzarsi nel privato e nel fatalismo cinico. In uno dei dialoghi più intensi del romanzo Valerio rivendica all’amico Ottavio, reduce della lotta armata, la ricerca spasmodica di significato che aveva orientato un’intera generazione. «Quale significato?» obbietta Ottavio, a constatazione del fallimento ancor prima di qualsiasi rivoluzione, del tentativo stesso di veicolare risposte alle proprie esistenze. La percezione netta di chi legge è che alla fine l’autore non si sottragga a questa domanda.

Se è vero che l’ultima sillaba del verso è quella che riesce a svelare l’intero verso, l’epilogo che dà inizio all’intero romanzo, la convalescenza di Valerio, rappresenta paradossalmente la possibilità di un punto di vista inatteso e aperto a un mondo nuovo non previsto, aggrappato a quest’oggi che pur tra mille contraddizioni sembra non dover necessariamente cedere agli abissi del silenzio, fosse anche attraverso la memoria, fosse anche attraverso l’occasione di senso restituita da un amore impossibile.

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