Una versione ampliata di questo intervento è in corso di stampa su L’erba d’Arno, n. 150, 2017.

Ma la luce non si è spenta

Romano Luperini con “L’ultima sillaba del verso” (pp. 254, € 19,50, Mondadori, Milano 2017) dice di voler chiudere «una specie di trilogia», avviata con “L’uso della vita” (2013) e proseguita con la “La rancura” (2016), ma la trilogia non ubbidisce affatto a regole di equilibrata scansione dei tempi, né ad un omogeneo taglio strutturale. Il primo titolo era incentrato sul 1968, anno cruciale spartiacque; il secondo includeva una ricerca storica che conferiva un polifonico respiro romanzesco; quest’ultimo ripercorre sofferte vicende personali e si articola in tre parti, con una successione di fasi montata alla maniera di flashback cinematografici. Luperini chiarisce di aver privilegiato l’enigmatico gioco dell’autofiction. La confessione qui prevale sulla narrazione e i riferimenti a personali esperienze o incontri sono espliciti anche se rielaborati e attribuiti all’alter ego Valerio. La poetica da cui Luperini muove è simile a quella di Annie Ernaux, che con “Gli anni” (2008) s’inoltra in «una specie di autobiografia collettiva». La scrittura – avverte – «può captare il riflesso proiettato sullo schermo della memoria individuale dalla storia collettiva» (tr. it., L’orma, Roma 2015, p. 56). Qui l’ottica soggettiva di Valerio – e non interessa ipotizzare quanto ritenga dell’effettivo sguardo di Romano – si riversa sull’analisi degli accadimenti e sulle rilevazione dello spirito pubblico degli anni Novanta, «anni di disincanto» per eccellenza.

Luperini si sente a disagio in quest’ultimo decennio del Novecento: «Tutto si può descrivere, spiegare, capire. Niente si può comprendere». Capire significa spiegare un singolo passaggio, un elemento del puzzle. Comprendere nel loro insieme o una vicenda sentimentale o, tanto meno, i terremoti di un tramonto d’epoca è impossibile. L’ultima sillaba non dà che in apparenza ragione del verso nella sua interezza. L’aspettativa di un domani dove rinvenire la chiave per penetrare nel significato dell’oggi si rivela vana. Le pagine iniziali sono secche e dure, tratteggiano il protagonista con una precisione anatomica che fa pensare all’espressionismo di Egon Schiele. Le finali hanno la stessa nervatura, la frasi sono strette, mozze, soffocate. Questo mettere in primo piano il corpo non ha nulla di compiaciuto. Il corpo ha respinto con fatica un assalto dal quale è scampato a prezzo di una stupefacente tenacia. Guardarlo, scrutarlo, disegnarlo è certificare la rinascita dopo un temuto naufragio.

Il ritiro a Lucerena, un piccolo borgo isolato non lontano da Siena, dove Valerio insegna, all’Università, e intrattiene una solidale amicizia con un giovane allievo-collaboratore, Massimo, non è immerso in tinte idilliche. Incita piuttosto al dialogo con la natura, ad una solitudine meditativa, a fare i conti con il passato che è sempre presente. Le passioni che l’avevano percorso non si sono placate. Sono scrutate con un cannocchiale rovesciato, raffreddate, non dissolte.

Dice Franco, che incarna e dà voce a Gianfranco Ciabatti, un compagno scomparso, mai dimenticato, rivolgendosi a Massimo: «Sì, avevamo delle sicurezze, forse troppe, e ci siamo giocati tutto, per anni, senza risparmio, o almeno alcuni fra noi l’hanno fatto. Valerio, per esempio. Ma le nostre coordinate generali…il modo in cui immaginavamo il comunismo, la rivoluzione proletaria, il primato della classe operaia, la necessità del partito, leninista o maoista o luxemburghiano, non importa…no, quelle non sono coordinate da invidiare, erano costruite a tavolino, troppo libresche,e non hanno retto a lungo. Di sbagli ne abbiamo fatti… Anche per colpa nostra la parola ‘comunismo’ è diventata impronunciabile. Forse, prima o poi, saranno proprio quelli come te a ridarle un senso, a reinventarla…» (p. 78). La reinvenzione, però, si ridimensiona in una sorta di “comunitarismo” fraterno e gioioso di piccole imprese in reciproco sostegno, a gesti di pietà, a umile compassione. Le categorie ideologiche hanno perso fondamento. Quanto più solidi gli insegnamenti delle mamma e quelli di Erìola, la badante kossovara che va per le spicce e “crede solo a poche cose elementari che ha imparato attraverso l’esperienza personale: che la guerra è cattiva, che il lavoro è buono, che per resistere al male che ci circonda bisogna contare su poche persone e aiutarci gli uni con gli altri» (p. 239).

Lungo il cammino scompaiono maestri-amici che hanno molto inciso nella formazione di Valerio: Franco Fortini, Paolo Volponi, Sebastiano Timpanaro. Sebastiano, legato indissolubilmente alla stagione pisana, incita ad una ribellione che potrà esplodere in forme inedite, dopo una rivoluzione antropologica che ha tutto cambiato, mentre una «narrazione egemone» s’insinua in ogni spazio della cosiddetta postmodernità: «Le ragioni oggettive – ammonisce severo e cordiale il marxista-leopardista – esistono e svolgono un’azione condizionante, lo so, ci mancherebbe altro, sono un materialista, io. Ma condizionante, non determinante. Non possono diventare un alibi. La responsabilità del soggetto esiste, esiste la possibilità di reagire e di ribellarsi e quella di cedere alla tentazione del quieto vivere, all’adattamento e al tirare a campare…» (p. 184). Tra le presenze femminili conviene soffermarsi su Claudine, figura nella quale confluiscono probabilmente sensazioni e atteggiamenti di più donne. È la deuteragonista, ritagliata quasi da un celebre racconto di Robert Musil, “Die Vollendung der Liebe”, “Il compimento dell’amore” (1911), che Luperini ha sottoposto a meticolosa vivisezione nel suo “L’incontro e il caso”(2007). In Musil ella non sa resistere al fascino di un viaggiatore che le si siede accanto e tradisce il marito ubbidendo ad un destino incontrollabile: «C’era in lei una leggera inquietudine, una quasi morbosa bramosia di tensione estrema, il presagio di una suprema esaltazione. E qualche volta le pareva di essere destinata ad una ignota sofferenza d’amore» (Robert Musil, “Racconti e teatro”, ed. it. Einaudi, Torino 1964, tr. it. di Anita Rho, p. 165). La linea che si traccia tra cosa e cosa è solo un’illusione, pensa Claudine, «ma è solo debolezza, solo terrore della tremenda, spalancata casualità di tutto quel che facciamo…» (Ivi, p. 186). Sono queste convinzioni anche di Valerio? È questo il sugo del romanzo? Luperini tira in ballo Nietzsche chiosando i pensieri che trascorrono nella mente di Claudine: «Accettare la casualità significa poter riconoscere la voce del corpo, l’animalità e la casualità della esistenza umana» (“L’incontro…”, cit., p.191). Il testo si conclude con uno scambio epistolare tra Valerio e la donna. E infine addirittura con un’improvvisa apparizione di costei, che forse prelude ad un rapporto diverso da inaugurare. I rimproveri che ella muove non sono una finale aggiunta: «è la sicurezza che frega i maschi, la sicurezza che quello che provano sia giusto e indiscutibile» sentenzia Claudine (p.234) e poi ancora chiede: «Mi parlavi come terapeuta, come un uomo interessato a una donna ? Come vedi. Fra uomini e donne, e anche un semplice consiglio di lettura, i rapporti di potere intorbidano sempre le cose…» (p.236). Valerio aveva giustificato la sua scomparsa, la sua fuga, avanzando un convincimento: «La diversità che spesso rende reciprocamente inconoscibili uomini e donne è anche la ragione della loro attrazione reciproca, o no?» (p. 235). Eppure è l’incontro con il femminile che rivela l’identità. Nonostante gli accenti di drastico nihilismo che emergono con insistenza è pur vero che l’impegno e le illusioni del passato, le speranze coltivate e le conquiste còlte non hanno abbandonato Valerio e sprigionano una durevole luce.

Roberto Barzanti

Siena, 22 settembre 2017

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